CICERONE E IL SUO LEGAME CON FORMIA

«Silio onora il sepolcro dell'immenso
Virgilio, sua la terra che fu un tempo
dell'eloquente Cicerone. Né
l'uno né l'altro vorrebbero certo
un erede diverso della tomba
e della proprietà.».

(Marziale, epigramma: XI,48)


Con questo epigramma Marziale si compiace con il poeta Silio Italico divenuto proprietario del Formianum, la dimora terrena ed eterna di Marco Tullio Cicerone.

Molti sono i riferimenti alla residenza formiana fatti dall’oratore, soprattutto nella sua corrispondenza con Attico (1, 4): “Le statue che mi hai inviato in passato non le ho ancora viste, sono nel Formiano dove io penso di recarmi al più presto”; e poi “Io qui non ho una villa, ma una basilica a causa della frequenza dei Formiani. Caio Arrio è vicinissimo e non vuol saperne di andare a Roma per stare qui con me a filosofare tutti i giorni” (Ad Att. II, 14).

Sulla base di quanto riportato dallo stesso Cicerone possiamo quindi immaginare che la permanenza nella villa formiana fosse rivolta all’otium, inteso come uno stile di vita dedito alle attività intellettuali, ricreative e ristoratrici che si contrapponevano al fare del negotium. Questo modello di vita conciliava le buone letture filosofiche, il gusto per l’arte, l’esercizio fisico e la partecipazione alla vita sociale.

L’atteggiamento di Cicerone, tuttavia, riflette il rammarico di un uomo che aveva avuto parte rilevante nella vita politica romana, ma che successivamente era stato costretto a ritirarsi a “vita privata” e a rifugiarsi in quello che lui stesso aveva definito otium cum dignitate (De Oratore, libro I, 1-2).

Ed è proprio nel Formianum che il 7 dicembre del 43 a.C. trovò la morte per mano dei sicari del triunviro Marco Antonio che, grazie all’aiuto di un liberto di nome Filologo, lo raggiunsero e lo decapitarono. Il corpo fu mutilato; le mani (forse solo la destra) e la testa furono esposte a Roma, in senato, e appese ai rostri dai quali i senatori pronunciavano le orazioni.